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1971 | Esperienza di classe '69-'71. Lotta sindacale e politica in una piccola fabbrica della zona rossa

1971 | Esperienza di classe '69-'71. Lotta sindacale e politica in una piccola fabbrica della zona rossa

1971 | Esperienza di classe '69-'71. Lotta sindacale e politica in una piccola fabbrica della zona rossa
"Esperienza di classe '69-'71. Lotta sindacale e politica in una piccola fabbrica della zona rossa"
"Il Manifesto", 24 settembre, 1971
1971 | Esperienza di classe '69-'71. Lotta sindacale e politica in una piccola fabbrica della zona rossa

Fondo Stefano Santini

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"Il Manifesto", 24 settembre 1971, p.4

 

Lotta Sindacale e Politica in una piccola fabbrica della zona rossa

 

Colle Val d’Elsa. Siena. Colle Val d’Elsa è uno dei più importanti centri di produzione vetraria. E’ un dei comuni più “rossi” d’Italia, dove è fiorita una vasta schiera di piccole fabbriche, dominate dal piccolo paternalismo aziendalista dei “padroncini” delle zone dove il Pci è largamente maggioritario. Come la Vilca, una vetreria con circa 70 dipendenti, dove però si è sviluppata una lotta di tipo nuovo, in seguito alla quale da circa un anno è nato un collettivo operaio autonomo che ha cercato di rimettere in discussione la situazione di passività esistente, divenendo per ciò stesso punto di riferimento anche per le altre fabbriche della zona.

Quella della Vilca non è stata una lotta facile. Anzi. Essa ha infatti subito, in quest’ultimo periodo, un insuccesso grave: il licenziamento di 19 operai. Proprio questo scacco ha indotto i compagni del collettivo ad affidare ad un lungo documento una riflessione critica della loro esperienza, per trarne gli insegnamenti necessari a una più efficace ripresa dell’azione. Nel documento ciclostilato si riferisce la storia dell’esperienza compiuta. Eccola, necessariamente riassunta.

I 19 licenziamenti hanno fatto seguito – affermano con coraggiosa lucidità i compagni - «a una sconfitta della classe operaia della Vilca». A questa si è giunti dopo un lungo braccio di ferro col padrone. La prima azione rivendicativa autonoma si era conclusa con una vittoria, sia pure modesta: l’indennizzo delle spese di viaggio da Colle a Gracciano dove si era trasferito lo stabilimento. La seconda vittoria fu la conquista della assemblea aperta: i lavoratori della vetreria avevano capito che la lotta all’interno della fabbrica non era più sufficiente e che i loro problemi dovevano essere conosciuti e diffusi fra gli altri operai e fra gli studenti. Da questo momento la Vilca divenne l’esempio per tutte le altre fabbriche che danno inizio ad una serie di lotte confermando il ruolo di avanguardia svolto dalla Vilca, dove nel frattempo si sviluppa l’attacco agli straordinari e, per la prima volta, durante la contrattazione aziendale, ai ritmi di lavoro.

Dopo 20 giorni di lotta le maestranze ottengono risposta negativa per tutte le richieste avanzate e 8.000 mila [sic] in rimborso di una parte delle ore di sciopero. La conquista più importante è un aumento salariale uguale per tutti e la sconfitta di quelle posizioni che chiedevano un compenso più alto per i maestri e più basso per i manovali. Ma successivamente, quando gli operai iniziano la lotta contro la nocività, prendendo direttamente contatti con alcuni specialisti dell’università di Siena il padrone reagisce prontamente licenziando tre sindacalisti. Gli operai, con l’appoggio di alcuni dirigenti della Camera del lavoro, occupano la fabbrica. La resistenza padronale viene infine piegata: i tre licenziamenti sono ritirati. Sulla scia di questa lotta, nasce il collettivo operaio, formato da alcuni militanti del Pci e da alcuni membri della Camera del lavoro, tra cui lo stesso segretario, il compagno Corso.

Ma quando il padrone dell’Emi, un’altra azienda colligiana annuncia la chiusura dello stabilimento e il licenziamento di tutto il personale, il Pci non sa promuovere altro che un corteo di macchine e una delibera del consiglio comunale. Gli operai dell’Emi, assieme al collettivo della Gioventù aclista senese, firmano allora un manifesto di critica dura alle varie autorità locali e provinciali, ai partiti politici e all’amministrazione comunale, accusandoli di non aver fatto nulla per impedire che il disegno padronale passasse.

Il manifesto viene sottoscritto da un’assemblea degli operai della Vilca. E’ in questo periodo che il “collettivo” si rafforza, con l’adesione di circa 25 compagni, dimissionari o radiati dal Pci. I dirigenti del Pci, accusati di moderatismo, tentano allora di cambiare la segreteria della CdL che hanno aderito al collettivo.

La loro logica è questa: il sindaco è autonomo, ma se non si ha la tessera del Pci in tasca, non si può essere un buon dirigente. Pur di accusare i compagni della Camera del lavoro che fanno parte del collettivo operaio, il Pci arriva persino a rinnegare l’occupazione della Vilca contro i tre licenziamenti ad affermare che se la battaglia è stata vinta il merito non è stato degli operai che si sono battuti ma del sindaco che ha rabbonito il padrone con la sua mediazione. Il duro intervento dei dirigenti del Pci non è senza conseguenze, anche per l’errore compiuto dal “collettivo”, che non sviluppa un dibattito politico chiarificatore, di largo respiro. Si lascia così spazio ad una reazione di “patriottismo di partito”, sollecitata dal Pci, che riesce a spaccare in due, per la prima volta, il fronte operaio.

Quando alla Vilca si giunge all’elezione della sezione sindacale aziendale, tuttavia, si registra lo scarso effetto degli attacchi del Pci: dei quattro eletti a scrutinio segreto, su scheda bianca, tre sono membri del “collettivo”. Gli operai hanno dato la loro fiducia ai compagni più combattivi. Nel frattempo inizia la lotta per il rinnovo del contratto nazionale di categoria (tutt’ora in corso). Ma è in questa fase che, improvvisamente, la direzione aziendale invia una lettera di licenziamento a tutti i dipendenti «per cessazione di attività». L’assemblea proclama immediatamente lo sciopero. Ma gli operai delle altre fabbriche di Colle rimangono passivi, perché il sindacato non fa alcuna proposta di generalizzazione. L’attacco condotto contro la precedente occupazione della fabbrica da parte dei dirigenti del Pci ha intanto fatto breccia, ha seminato sfiducia e disorientamento. E’ più difficile, adesso, spostare a livelli più avanzati la lotta. Le proposte del “collettivo” rimangono isolate, lasciando spazio alle manovre di vertice.

Interviene il sindaco, che fa una proposta che i padroni accolgono: trovare un credito di cento milioni presso il Monte dei Paschi di Siena, a tasso agevolato, per la ristrutturazione aziendale, senza nessun licenziamento. La banca si impegna ad appoggiare la pratica; i padroni non rispondono neppure, prendendo a pretesto il fatto che il Monte dei Paschi vuole delle garanzie per il credito da concedere. E’ nel frattempo il padrone annuncia che ha ceduto la fabbrica. La Vilca non esiste più; al suo posto c’è la nuova Vilca, che riassume 40 degli operai licenziati. La assemblea di fabbrica decide che nessuno di questi si ripresenterà a lavorare. Ma la resistenza operaia crolla quando il nuovo padrone spegne due forni e le maestranze di ritrovano isolate e dimezzate a dover affrontare una nuova lotta. I termini della sconfitta sono: 19 disoccupati, la perdita di parte delle conquiste sindacali, in quanto la Nuova Vilca non le riconosce più; il blocco degli scioperi dino ad ottobre; una condizione sindacale interna spaventosa.

Ma agli operai della Vilca questa lotta ha anche insegnato molte cose. Innanzitutto che le maestranze si sono fatte schiacciare, questa volta, dalla mancanza di unità con tutti gli operai del vetro. Che il Pci è stato assente dalle lotte, che il sindacato non ha saputo seguire una linea precisa: ha invitato alla lotta per una settimana e poi si è rifugiato nel gioco, ormai vecchio ed inefficiente, degli incontri al vertice, appellandosi al comune rosso, al prefetto e all’Ufficio del lavoro. Il Prefetto ha preso degli impegni formali, ma intanto gli operai sono rimasti disoccupati.

Ma hanno compreso anche che non c’è da credere ai comuni e alle regioni, ma che bisogna dare una risposta operaia alla ristrutturazione che ha colpito per ora la Vilca, ma da cui saranno colpite altre centinaia di piccole fabbriche. La risposta, secondo le avanguardie della Vilca, deve fondarsi su questi punti: il mantenimento del livello di occupazione e delle conquiste salariali e normative raggiunte nel corso delle ultime lotte; la ristrutturazione della produzione, salvando tutte le conquiste sulla salute e trasformando la struttura delle mansioni e delle qualifiche con l’abbattimento della gerarchia interna, tipica delle vetrerie.

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